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Un mondo con gli occhiali?

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Pare che il mondo degli uomini stia diventando sempre più miope. Non è un modo di dire, per quanto la metafora della miopia possa essere applicata a molti aspetti della vita contemporanea: si tratta proprio di vederci male con gli occhi.

Studi accurati hanno misurato aumenti impressionanti del fenomeno della miopia in tutti i paesi più industrializzati: a Singapore, tra i giovani reclutati nelle forze armate, alla fine degli anni settanta i miopi erano i 26%; alla fine degli anni novanta erano l’83%. Questa tendenza si può osservare in tutti i paesi industrializzati in misura diversa ma sostanzialmente parallela.

La questione miopia non è quindi essenzialmente genetica, come si pensava fino a qualche anno fa, bensì ambientale.

Ci sono studi che dimostrano, ad esempio, non esserci dipendenza da quanto tempo si passa al computer (la prima novità che ci verrebbe da “accusare”), ma da quanto tempo passiamo all’aperto. Una minore esposizione alla luce solare è correlata ad un aumento della miopia e, viceversa. In un esperimento recente, i bambini che passavano quotidianamente 40 minuti in più all’aperto per tre anni avevano meno probabilità di diventare miopi di quelli che erano rimasti quel tempo in casa.

La miopia corrisponde ad una deformazione dell’occhio (si allunga) che dipende da vari motivi ma ha a che fare anche con la capacità dei muscoli che governano la vista (quelli che si occupano di “accomodamento”, cioè di modificare la forma del bulbo oculare) di adattarsi a diverse distanze.

Tutti i metodi che promuovono la possibilità di abbandonare gli occhiali, di cui il più conosciuto è il metodo Bates, si fondano in effetti su due capisaldi: da un lato tecniche di rilassamento, sia della mente che dei muscoli, dall’altro lo sviluppo, attraverso l’esercizio, della capacità di accomodamento, cioè di adattare la vista alle diverse distanze.

Se questi metodi funzionano, e seppure in misura variabile la risposta è sì, allora è probabile che la spiegazione collegata alla vita all’aperto sia effettivamente corretta: nell’ambiente esterno infatti i nostri occhi sono sottoposti ad una varietà di stimoli notevolissima, che ci spinge a “fare esercizio” in modo naturale e spontaneo. Inoltre le distanze di messa a fuoco sono molto più varie di quelle in un ambiente chiuso: dal particolare minuscolo al “vero” infinito, dalla necessità di distinguere una sfumatura in un ambiente poco luminoso allo sguardo acuto sull’oggetto lontanissimo, dalla visione puntuale e concentrata in un punto a quella amplissima, laterale.

Quindi se non abbiamo voglia di applicarci ad esercizi specifici, almeno passare un bel po’ di tempo all’aperto è un’attività salutare per i nostri occhi, ma soprattutto per quelli dei nostri bambini.

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