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Additivi alimentari: innocui o no?

cibi ultratrasformati

Gli additivi alimentari sono una vasta gamma di sostanze che nella produzione industriale di alimenti vengono utilizzati per molte funzioni: dal migliorare la conservazione o il gusto al mantenimento delle caratteristiche nel tempo, dal perfezionamento della consistenza o della friabilità a motivi estetici.

Da molti anni sono sotto la lente d’ingrandimento delle agenzie che garantiscono la salubrità del cibo e nel corso del tempo la lista delle sostanze utilizzabili si è consolidata avendo dimostrato l’innocuità con studi e attraverso l’esperienza del consumo da parte di milioni di persone.

Recentemente però si è iniziato a considerare anche un altro punto di vista che ha permesso di ampliare lo sguardo a problemi che fino ad ora erano sfuggiti.

Al centro di questo tema è la salute del nostro microbiota intestinale, un mondo di cui solo nell’ultimo decennio si è iniziato ad apprezzare il valore e l’indispensabilità per il mantenimento della salute.

Che effetti hanno quindi gli additivi alimentari in questo caso?

Come al solito è sbagliato parlare in generale, ma qualche indicazione in più si può considerare.

La classe dei conservanti: si tratta di sostanze che assicurano il mantenimento della sterilità degli alimenti nella confezione, quindi evitano lo sviluppo di colonie batteriche o fungine che possono alterare il prodotto. Di fatto dei disinfettanti. È facile quindi immaginare che un uso prolungato di questi prodotti, sia pure a dosaggi molto bassi, possa interferire con un’altra popolazione batterica e fungina, quella del nostro intestino. Quanto? Dipende da molti fattori, il principale è la quantità di alimenti confezionati che assumiamo in rapporto al totale della dieta. In ogni caso si sa che mangiare prevalentemente cibo sterile non è salutare (vedi qui).

Un’altra classe di prodotti sotto osservazione sono gli emulsionanti, usati per mantenere le caratteristiche fisiche di molti prodotti, dal pane al cioccolato, dai gelati e i pasticcini alle carni lavorate: sostanze con azione simile a quella dei detergenti perché tengono assieme acqua e olio (in quel caso per asportare i grassi in eccesso).

Non tutti gli emulsionanti sono uguali (la lecitina di soia per esempio, presente naturalmente nelle uova, si è dimostrata innocua) e di alcuni si è osservato che agiscono nell’intestino modificando l’interfaccia tra il lume intestinale e le cellule della mucosa. Questo non solo altera il microbiota impedendo il suo legame con il substrato, ma anche la permeabilità intestinale agendo sui legami tra le cellule superficiali. Il risultato è un aumento degli spazi tra le cellule permettendo a sostanze che normalmente non sarebbero assorbite di passare nel sangue. L’infiammazione che si genera può avere conseguenze talvolta gravi specie nelle persone predisposte per i più vari motivi alle malattie infiammatorie intestinali (dalla genetica alle abitudini alimentari alla condizione di stress).

Altri additivi sono sotto osservazione: dei dolcificanti sappiamo che non ci proteggono dalle variazioni alla sensibilità all’insulina, di altri come gli stabilizzanti sappiamo ancora poco, degli antiossidanti come la vitamina C sappiamo invece che non danno problemi, ma molto ancora c’è da scoprire.

Qual è l’atteggiamento più giusto quindi per la nostra salute? Nell’impossibilità di conoscere nei dettagli ciascuno di questi effetti (e in attesa dei progressi delle conoscenze) la cosa migliore è limitare il più possibile la presenza di alimenti industriali (o ultraprocessati) nella nostra dieta. Mangiare le cose che la nostra nonna avrebbe potuto preparare (un suggerimento di Michael Pollan, un giornalista che ha scritto libri importanti sul nostro mondo alimentare) è probabilmente la strategia più semplice ed efficace.

 

Per saperne di più leggi qui

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