Chi si ricorda di aver fatto una passeggiata sulla spiaggia del mare e non aver incontrato neanche un pezzetto di plastica? La dispersione di plastica nell’ambiente ha raggiunto livelli tali da rendere impossibile quest’esperienza a qualsiasi latitudine. Pezzi di rete, tappi di bottiglie, contenitori vari, sacchetti usa e getta costellano qualsiasi arenile a meno che non venga pulito quotidianamente.
La plastica, ormai è risaputo, non solo è quasi indistruttibile ma ha la tendenza a essere demolita in pezzettini microscopici o addirittura in nanoparticelle che permeano tutti i cicli vitali. Le microplastiche vengono assimilate accidentalmente da molte forme viventi, i pesci e gli animali marini in particolare, entrano nella catena alimentare e alla fine arrivano anche a noi.
Sono numerosi gli studi che dimostrano la presenza di microplastiche nel sangue, nel cervello, nella placenta e nelle arterie di esseri umani.
Gli studi nei topi avevano anche dimostrato una qualche pericolosità per la salute di queste sostanze, sospetti che hanno avuto recente conferma anche negli umani.
Molti studi su animali suggeriscono interazioni con il sistema nervoso centrale creando problemi cognitivi, variazioni significative di vari neurotrasmettitori e alterazioni del comportamento. In pazienti cinesi di età elevata che hanno mangiato quotidianamente per anni con piatti e posate di plastica uno studio recente ha evidenziato problemi cognitivi; un’altro ha correlato problemi cognitivi con la quantità di microplastiche presenti nel cervello.
Uno studio italiano ha verificato la presenza di micro e nanoplastiche nelle placche aterosclerotiche rimosse dalle carotidi di pazienti asintomatici: quasi il 60% dei pazienti aveva polietilene o cloruro di polivinile presente in queste placche. Non solo: questa presenza è correlata a una maggiore presenza di una serie di sostanze a carattere infiammatorio e di cellule immunitarie in questi depositi, il che significa che in qualche modo l’organismo scatena una risposta immunitaria a queste sostanze estranee.
Quest’ulteriore forma di infiammazione generata dal contatto con le microplastiche ha poi evidenziato, negli anni in cui lo studio è stato condotto, un aumento di cinque volte del rischio di ictus o infarti o in generale di morire per qualsiasi causa nei tre anni successivi all’inizio dello studio.
Altre ricerche italiane stanno dimostrando che le microplastiche sono un fattore di proliferazione cellulare nei tessuti al pari dei metaboliti dell’alcol che, proprio per questo, viene considerato un agente cancerogeno del gruppo 1. L’aumento dei tumori al colon – retto in persone anche molto giovani sembra correlato alla pervasiva presenza nell’organismo proprio delle microplastiche.
Recenti studi evidenziano la presenza delle microplastiche anche nel midollo osseo, con la potenzialità di alterare e danneggiare la funzionalità delle cellule staminali ematopoietiche, quelle cioè che sono all’origine della produzione dei globuli rossi e delle altre cellule del sangue.
È difficile naturalmente pensare di modificare questa situazione con il nostro agire quotidiano, ma questo non ci deve giustificare nell’assecondare un’inerzia che si sta dimostrando molto pericolosa per la salute. È indispensabile limitare il più possibile l’uso di plastica e in particolare dei contenitori usa e getta da parte di ciascuno di noi, così come l’accumulo di oggetti e abiti non riciclabili che sta caratterizzando l’attuale consumismo. L’ultimo decennio, con l’esplosione del commercio online e delle linee di prodotti a bassissimo prezzo, ha contribuito ad aumentare l’inquinamento in maniera esponenziale: i nostri rifiuti stanno invadendo i luoghi più distanti del pianeta, dal mare ai deserti, dalle periferie del terzo mondo alle coste del sudest asiatico. Quasi tutto, poi, finisce nell’acqua e quindi nel mare. Tutti noi mangiamo le microplastiche: delle conseguenze che stiamo intuendo ce ne accorgeremo col tempo. La prevenzione passa anche attraverso questi aspetti dello stile di vita.
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