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I protettori dello stomaco

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Una delle categorie di farmaci più largamente usata negli ultimi anni sono i cosiddetti “protettori dello stomaco”, tecnicamente inibitori della pompa protonica (PPI).

Sono farmaci usati nel trattamento della dispepsia, del reflusso gastroesofageo e nella prevenzione del sanguinamento gastrointestinale nei pazienti in terapia con antiinfiammatori (i Fans) e con farmaci antiaggreganti.  Agiscono diminuendo la quantità di acido prodotto dallo stomaco, attraverso un meccanismo indiretto: vengono assorbiti a livello duodenale e attraverso il sangue raggiungono il sito d’azione.

Molte volte però si pensa che faccia bene usarli per proteggere lo stomaco da qualsiasi farmaco: antibiotici, antidolorifici in generale o qualsiasi cosa la fantasia permetta di immaginare. In realtà la maggior parte dei farmaci non fanno alcun danno allo stomaco per cui non ha senso usarli.

Si calcola che nel 2013 negli Stati Uniti 15 milioni di pazienti abbiano fatto uso di questi farmaci e il 70% delle prescrizioni era senza indicazione precisa. In Italia 3 farmaci di questa categoria risultano essere nella lista dei 10 farmaci più venduti e una recente indagine presso un presidio ospedaliero di Reggio Emilia ha rilevato come nel 54% dei casi il loro utilizzo fosse improprio.

Una diffusione tanto ampia è probabilmente da attribuirsi all’errata convinzione che questi medicinali abbiano scarsi effetti collaterali.

Il problema principale del loro utilizzo cronico è che fanno venire meno la funzione di “barriera acida” dello stomaco al passaggio dei microbi più pericolosi. In questo modo, batteri come Clostridium Difficile, Salmonella e Campylobacter raggiungono più facilmente l’intestino, colonizzandolo. Come conseguenza, si è avuto un aumento significativo (da 3 a 8 volte) del rischio di infezioni intestinali gravi, nelle persone che utilizzavano cronicamente questi farmaci. Conseguenze simili sono state osservate nel tratto oro faringeo, dove la modifica del pH ha provocato l’aumento di faringiti e polmoniti.

Recentemente si è supposto anche un legame tra il loro costante utilizzo e malattie renali, acute e croniche. Un nesso confermato invece è quello tra gli inibitori di pompa e aumento del rischio di fratture, calo del magnesio e del potassio ematici, i quali possono provocare problemi a livello cardiovascolare. Sono segnalate anche connessioni con il declino cognitivo degli anziani. Questi effetti collaterali sono da tenere in grande considerazione nella popolazione anziana, già maggiormente esposta a queste patologie.

Naturalmente il cambio di acidità modifica anche il processo digestivo, diminuendo l’efficacia della fase che viene svolta nello stomaco: per qualche giorno probabilmente non c’è problema, ma un uso prolungato certamente non favorisce una corretta digestione e quindi porta ad una ulteriore alterazione della popolazione microbica del resto dell’intestino.

Teniamo pertanto in considerazione che gli inibitori di pompa protonica sono dei farmaci molto utili, ma per sintomi poco severi e per prevenire sanguinamenti in persone a basso rischio gli effetti collaterali di un utilizzo prolungato potrebbero superare i benefici. In generale nessun farmaco deve mai essere usato per lunghi periodi pensando che “tanto non fa male”.

Per acidità di stomaco e reflusso gastroesofageo occasionali, rimangono da preferire gli antiacidi (Maalox, Citrosodina, Magnesia Bisurata, etc.) e altre molecole non assorbibili. Per sintomi più importanti vanno benissimo questi “protettori” ma sempre per brevi periodi, quindi.

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