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Clostridium difficile: da dove viene il batterio cattivo?

Il Clostridium difficile è un batterio tristemente famoso per essere responsabile di infezioni gravissime, molte volte resistenti a tutti gli antibiotici e per questo mortali. Comunemente queste infezioni si contraggono in ambiente ospedaliero e per questo il personale sanitario dedica una notevole quantità di tempo ed energie nella disinfezione: dall’igiene delle mani fino a una rigorosa sanificazione ambientale. Nonostante questi sforzi si verificano ancora molte infezioni ospedaliere e ci si chiede se le misure prese siano sufficienti.

Per verificare questo un gruppo di ricerca ha avuto un’idea originale: invece di cercare il Clostridium nell’ambiente ospedaliero ha studiato quali fossero i ceppi che avevano causato l’infezione direttamente sui pazienti attraverso un esame quotidiano del microbiota fecale.

I vari ceppi batterici sono come “animaletti” molto differenti dal punto di vista genetico anche all’interno della stessa specie (in questo caso il Clostridium). È un po’ come dire “mammiferi”: topi e elefanti lo sono ambedue benchè molto diversi tra loro: la differenza genetica tra i vari ceppi batterici è quasi altrettanta. È normale pensare che se un’infezione proviene dall’ambiente o da un altro paziente sia causata da un unico ceppo.

Sorprendentemente gli studiosi hanno trovato invece che tutti i pazienti colpiti nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale oggetto dell’indagine avevano in sé ceppi differenti: l’analisi genomica ha rivelato che la trasmissione tra pazienti era minima. Si trattava quindi di batteri sviluppati in ambienti diversi selezionandosi in popolazioni molto differenti.

Cosa vuol dire questo?

Con molta probabilità significa che questi batteri “nocivi” non provenivano dall’ambiente ospedaliero ma erano dei componenti del microbiota intestinale dei pazienti stessi, solo tenuti a bada dall’insieme della popolazione microbica, dal sistema immunitario e dai virus che li parassitavano. Il 5% circa della popolazione al di fuori dell’ambiente sanitario ha infatti Clostridium difficile nel proprio intestino, dove però in genere non causa problemi. Del resto è un po’ ovunque intorno a noi e crea spore che sono molto resistenti agli stress ambientali, tra cui l’esposizione all’ossigeno e la disidratazione, e insensibili ai disinfettanti per le mani a base di alcol.

Qual’è quindi la situazione che scatena il passaggio dalla convivenza alla malattia?

Il trattamento antibiotico prolungato subìto in ospedale è sempre una delle prime cause scatenanti lo sviluppo di Clostridium, assieme allo stress ambientale e all’insieme delle condizioni che indeboliscono la risposta immunitaria. Tutto questo altera l’equilibrio esistente e il Clostridium può svilupparsi in modo anomalo con tutte le gravissime conseguenze che questo comporta.

Certo, sottolineano gli autori dello studio, il fatto che il batterio sia entrato in ospedale con i pazienti non deve far diminuire la cura della pulizia, non significa che le misure di prevenzione delle infezioni ospedaliere non siano necessarie. Il basso tasso di trasmissione tra i pazienti riscontrato dallo studio è dovuto proprio alla cura di questo aspetto.

Oltre però a trovare il modo di evitare che i pazienti sviluppino un’infezione quando vengono somministrati loro alimenti con sondino, limitando i trattamenti con antibiotici o con inibitori della pompa protonica (questi eliminano la protezione acida dello stomaco), una grande attenzione andrebbe posta alle condizioni generali del paziente, cercando inoltre di identificare il prima possibile i pazienti portatori del batterio. La tecnologia ci sarebbe.

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