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Sonno e memoria

Da molti anni si sa dell’esistenza di una relazione tra il sonno e la capacità di memorizzare, ma solo recentemente grazie alle tecniche sempre più raffinate con cui vengono svolti gli studi di neurofisiologia si è capita davvero la natura di questo legame.

Il metodo più semplice, anche se drastico, per capire l’influenza del sonno sulla memoria è la privazione del sonno: è chiarissimo che meno si dorme meno si ricorda.

In realtà il processo di memorizzazione avviene in due sedi differenti per la memoria a breve e quella a lungo termine.

La memoria a breve termine è localizzata nell’ippocampo, una delle parti più profonde ed evolutivamente più antiche del cervello. Come nella memoria RAM di un computer vengono fissati rapidamente molti ricordi ma in uno spazio limitato.

La memoria a lungo termine è invece basata sulle connessioni neuronali situate nella zona della corteccia frontale, dove è svolta anche l’attività di pensiero cosciente.

Durante il sonno, quando si ha una pausa nelle percezioni e quindi nel flusso di arrivo delle informazioni nell’ippocampo, si avvia un processo complesso per cui le informazioni depositate di recente passano dalla memoria a breve a quella consolidata della zona frontale. In questa fase avviene anche un essenziale processo di selezione: non tutti i ricordi vengono “ricordati”. La selezione avviene anch’essa in più momenti: una fase di “rinfrescamento” dei ricordi durante lo stadio di sonno non-REM leggero precede quelle più consistenti di sonno profondo (fasi 3 e 4, o non-REM profondo) quando avviene appunto il trasferimento. Questa attività si alterna nei cicli del sonno a quella delle fasi REM, quando si sogna in cui vi è una rielaborazione emotiva dei ricordi che tende a mantenere le informazioni “che aiutano la sopravvivenza” sia esperienziale che emotiva. Durante i sogni gli eventi vengono rivissuti e ripercorsi, si tratta di una seconda vita indispensabile alla loro rielaborazione, all’integrazione dei ricordi in un sistema accessibile in seguito e al loro riordino in funzione sia pratico che di equilibrio emotivo.

Dormire dopo aver avuto un’esperienza, dopo lo studio, dopo una serie di eventi che vanno ricordati è quindi fondamentale: l’alterazione di queste fasi intacca in modo impressionante l’efficienza della memoria.

È stato però dimostrato che è altrettanto importante dormire “prima” dello studio: se infatti non si dà l’occasione al cervello di ripulire la memoria a breve attraverso il trasferimento dei ricordi, non si crea nell’ippocampo lo spazio necessario per poterne fissare di nuovi. Anche in questo caso studi sulla privazione del sonno prima dei test hanno dimostrato che le differenze di prestazione, in termini di capacità di ricordare, sono evidenti. Ripulire la memoria e dimenticare quello che non serve è importante esattamente quanto ricordare.

Quindi in ogni caso la memoria va sostenuta con un sonno adeguato in quantità e qualità: il fatto che il sonno REM sia fortemente limitato dall’uso dei sonniferi è, ad esempio, una delle spiegazioni più convincenti degli effetti dannosi sulla memoria di questi farmaci diffusissimi. Gli anziani, che già sono portati ad avere un sonno più lieve e breve, sono i maggiori consumatori di questi farmaci: questo richiederebbe una riflessione ulteriore prima del loro consumo. Meno sonno di qualità, cioè fisiologico, vuol dire maggior rischio di perdita della memoria e nel lungo periodo d’insorgenza della demenza.

Al contrario, come è evidente, i bambini che hanno un mondo di cose entusiasmanti e indispensabili alla sopravvivenza da imparare dormono moltissime ore. Dobbiamo imparare dai bambini.

 

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