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Si può prevenire l’Alzheimer?

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La malattia di Alzheimer, la principale causa di demenza nel mondo, si sta ponendo come una spada di Damocle sul futuro: una collettività che vive sempre più a lungo si sta popolando di persone che non recepiscono più nulla e diventano per anni dipendenti in tutto e per tutto dal sostegno familiare, con ricadute devastanti sulla vita di chi li supporta. Seicentomila, ad oggi, le diagnosi in Italia. La cosa forse più preoccupante è che centinaia di farmaci sono stati inutilmente sperimentati e che fino ad oggi anche le strategie di prevenzione sembrano inutili.

Per fortuna iniziano a comparire anche degli studi rigorosi che suggeriscono una certa efficacia di alcune misure preventiva della demenza: studi ancora parziali e che non hanno dimostrato nulla con un solido grado di certezza, ma che incoraggiano a continuare la ricerca.

Non sappiamo se funziona al 100%, quindi, ma tanto vale cominciare. A fare cosa?

Le attività proposte dallo studio più solido sono queste:

  • assistenza nutrizionale: un giusto equilibrio di alimenti, di fatto una dieta mediterranea, pesce due volte in settimana ed aggiunta di vitamina D;
  • training cognitivo: esercizi al computer per migliorare memoria, organizzazione, velocità di elaborazione mentale, in sessioni di 15 minuti 3 volte in settimana.
  • allenamento fisico: allenamento della forza muscolare, esercizi aerobici e di equilibrio posturale; inizialmente un paio di volte alla settimana di palestra per arrivare a tre volte di un’ora; in più due o tre volte in settimana di esercizi aerobici (passeggiata veloce, jogging, acquagym a scelta). Tutto questo nei primi mesi con un fisioterapista, poi autonomamente ma in gruppo.
  • monitoraggio più intenso delle condizioni cardiovascolari: peso, pressione, circonferenza dei fianchi, analisi di laboratorio, colloqui con infermieri e medico per valutare i dati ed incoraggiare uno stile di vita adeguato.

Certo un impegno consistente, e spesso un cambiamento di vita importante. Però i risultati testimoniano che il gruppo di anziani che ha fatto queste attività, rispetto al gruppo di controllo cui erano stati somministrate attività meno intense, ha avuto notevoli vantaggi. Il 30% di differenza nella prestazione cognitiva d’insieme, non è poco, e questo ha spinto i ricercatori a promuovere un prolungamento dello studio di altri sette anni.

Siamo fatti per essere attivi fisicamente, intellettualmente e socialmente: dobbiamo assecondare questa nostra natura per non mandare in rovina il nostro cervello.

 

 

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