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Si possono usare i farmaci scaduti?

Cerco un farmaco nell’armadietto dei medicinali, lo trovo ma è scaduto da qualche mese: che faccio? Lo uso lo stesso?

Ci sono situazioni in cui in cui la posizione “prudente”, che è la più comoda, diventa luogo comune: questo non vuol dire che sia la migliore o che rispecchi la realtà. In questo caso la maggior parte delle autorità sanitarie, non sapendo esattamente (per mancanza di studi specifici) la durata di un farmaco, suggeriscono di buttarlo. Il risultato è che viene buttata una grande quantità di medicinali ancora valida e utilizzabile. Il fatto che non ci siano prove di stabilità sufficientemente lunghe, infatti, non significa “pericolo di danno o di morte”.

La scadenza è la data in cui il produttore garantisce la piena potenza e sicurezza del farmaco ed è il risultato di una valutazione basata sugli studi di stabilità, ma è l’industria produttrice che definisce quanto far durare questi studi. Per la maggior parte dei farmaci, si tratta solo di una data arbitraria, di solito da 1 a 5 anni. Mancando studi prolungati, i produttori non si assumono la responsabilità di dare informazioni sulla data effettiva di inutilizzabilità.

È interesse dell’industria limitare la durata dei prodotti? Potrebbe darsi.

La maggior parte delle conoscenze sui dati reali di scadenza dei farmaci deriva da uno studio condotto dalla Food and Drug Administration (FDA), l’ente americano che vigila sulla sicurezza dei farmaci, su richiesta dell’esercito americano che aveva enormi scorte di farmaci a rischio di essere distrutti per scadenza. Sono stati valutati oltre 3.000 lotti, di 122 diversi prodotti farmaceutici: la potenza, il pH, il contenuto di acqua, la dissoluzione, l’aspetto fisico e la presenza d’impurità.

Sulla base dei dati di stabilità le date di scadenza dell’88% dei lotti sono state prolungate oltre la data di scadenza originale per una media di 5 anni. Di questi, circa il 12% dei lotti è rimasto stabile per almeno altri 4 anni dopo la data di scadenza. Quasi il 90% dei farmaci, se correttamente conservati, era perfettamente utilizzabile anche 15 anni dopo la data di scadenza, soprattutto le forme solide come pillole o compresse che, logicamente, si sono dimostrate essere le più stabili. Farmaci in soluzione o in sospensione ricostituita, che richiedono la refrigerazione (come l’amoxicillina in sospensione), possono non avere la potenza necessaria se usati quando sono scaduti.

In un’altra occasione sempre l’FDA intitola così una propria raccomandazione: https://www.fda.gov/drugs/special-features/dont-be-tempted-use-expired-medicines, cioè “Non essere tentato di assumere un farmaco scaduto”. Evidentemente il committente era diverso.

In generale per quasi tutti i tipi di medicine, comunque, non c’è documentazione riguardo ad alcun rischio reale nell’assumerne dopo la data di scadenza: in tantissimi casi il principio attivo è ancora “funzionante”, la tossicità è da considerarsi nulla e nessun effetto collaterale o intossicazione è mai stata riscontrata. Una rara eccezione può essere la tetraciclina ma il parere su questo è controverso tra i ricercatori.

Potenziali eccezioni riguardano anche quei farmaci in cui anche piccole riduzioni di attività farmacologica possono provocare ripercussioni sul paziente e sulla sua patologia, come gli antiepilettici, gli anticoagulanti, i contraccettivi e gli ormoni tiroidei.

Il vero discriminante è però come i farmaci sono conservati: il deterioramento dei medicinali può essere velocizzato da agenti come umidità, luce diretta, fonti di calore e alte temperature; cambiamenti come colore insolito, odore forte o cambiamenti di consistenza suggeriscono di eliminare il farmaco. I farmaci in soluzione, soprattutto quelli iniettabili, devono essere scartati se il prodotto forma un precipitante o appare torbido o scolorito.

Escludendo la nitroglicerina, l’insulina e gli antibiotici liquidi, la maggior parte dei farmaci ha la stessa durata di quelli testati nello studio americano.

Nel giugno 2020, sempre l’FDA ha dichiarato che le date di scadenza potrebbero essere estese per alcuni antivirali influenzali di cui esistono grandi scorte inutilizzate a causa di ordini eccessivi al tempo dell’influenza aviaria: per Tamiflu (oseltamivir) e Relenza (zanamivir), se conservati in condizioni di etichettatura, le date di scadenza potrebbero essere prolungate di 15 anni per il Tamiflu e di 10 anni per il Relenza. Un atteggiamento contraddittorio che risente degli interessi in gioco.

Quindi che faccio con il farmaco scaduto? Lo uso lo stesso? Nella maggior parte di casi la risposta potrebbe essere sì, tranquillamente.

 

 

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