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Misurare l’emoglobina: a chi serve?

L’emoglobina è la proteina che nei globuli rossi trasporta l’ossigeno ai tessuti e agli organi: una grossa molecola caratterizzata da un atomo di ferro che ne è una parte indispensabile.

Se non c’è emoglobina a sufficienza si ha la condizione di anemia. In questo caso il funzionamento di tutto l’organismo viene limitato dall’assenza di ossigeno e i sintomi più comuni sono stanchezza, pallore, debolezza, mancanza di respiro, battito cardiaco accelerato e vertigini.

In presenza di questi sintomi quindi può essere utile fare un test, che si può effettuare in pochi minuti anche in farmacia, per vedere se l’emoglobina è in quantità sufficiente. Se carente si interviene di solito cercando di ripristinare le scorte di ferro, che è il principale fattore limitante la sua produzione sia per carenza nell’alimentazione che per deficit nel suo assorbimento, e di fornire tutte le vitamine indispensabili per sintetizzarla tra cui l’acido folico.

Se i sintomi sono il primo motivo per cui si effettua questo esame, ci sono condizioni in cui un monitoraggio frequente di questo parametro è indispensabile.

Le malattie cardiovascolari sono una delle principali cause di morte nel mondo occidentale. Molte persone, avendo patologie a carico del sistema circolatorio, sono sottoposte a terapie con anticoagulanti, il più famoso è il Coumadin, oggi sostituito il più delle volte da quelli più moderni e maneggevoli, i cosiddetti NAO (nuovi anticoagulanti orali) come Eliquis e altri, oppure con antiaggreganti piastrinici; in questo caso il più famoso è l’acido acetilsalicilico a basso dosaggio (Cardioaspirina).

Ambedue queste classi di farmaci hanno come obiettivo quello di diminuire la possibilità di formazione di coaguli nel sangue che potrebbero generare ictus o infarti.

Però ridurre la capacità di coagularsi e aggregarsi del sangue aumenta di contro il rischio di emorragie. Se quelle minori, come epistassi (sangue da naso) e piccoli ematomi sono facilmente osservabili e controllabili, non altrettanto si può dire per quelle maggiori, come ad esempio quelle a carico del cervello.

Più frequentemente le persone sottoposte a queste terapie sono vittime di emorragie a livello gastrointestinale che, anche se limitate, protraendosi nel tempo, portano ad anemia, che a sua volta è un ulteriore fattore di rischio per ischemia miocardica (quindi infarto) e fibrillazione.

È molto importante quindi che le persone che usano farmaci anticoagulanti o antiaggreganti controllino almeno ogni tre mesi il valore dell’emoglobina: ancor più che il suo valore assoluto è ragionevole monitorare se ci sono variazioni verso il basso, chiaro indice di potenziale emorragia intestinale. Questa situazione, che il più delle volte non è percepibile con altro genere di osservazioni se non la ricerca del sangue occulto nelle feci, è molto pericolosa. Qualora si verifichi è quindi indispensabile rivalutare col medico o col cardiologo sia l’uso e il dosaggio del farmaco anticoagulante, che approfondire con ulteriori esami l’origine del problema.

Un esame rapido ed economico ma che può salvare la vita.

 

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