La classificazione delle malattie dell’OMS prevedeva negli anni ’70 del secolo scorso 13.000 voci. La medicina aveva già fatto notevoli progressi e a parte alcune importanti risposte innovative, come l’uso degli anticorpi monoclonali, assomigliava molto a quella attuale. Oggi la stessa classificazione prevede più di 68.000 voci: cosa è successo? Ci siamo ammalati di più?
C’è stata una ridefinizione dei confini tra salute e malattia che si sono dimostrati essere più labili di quanto si pensava in molti ambiti, ma lo spostamento è avvenuto in gran parte ampliando i confini della malattia a numerose situazioni fisiologiche. Questo non è avvenuto per una maggiore accuratezza della diagnosi ma il più delle volte per un interesse economico: aumentare le situazioni definite patologiche ha ingrandito a dismisura il mercato della diagnostica, della cura e soprattutto dei farmaci.
Un caso emblematico è quello dell’osteoporosi: situazione fisiologica legata all’invecchiamento, questa viene definita oggi attraverso la misura della densità ossea confrontata con quella di una donna giovane. Questo ha trasformato in “malate” o “a rischio” (definizione assolutamente aleatoria) milioni di donne in menopausa poiché i valori si discostano da quelli ottimali in giovane età. Si è ampliato quindi a dismisura il mercato dei farmaci anche se nella maggior parte dei casi il rischio di frattura è molto basso. Il coinvolgimento dell’industria farmaceutica in questo caso è svelato dal fatto che la pressione informativa sui medici è orientata decisamente verso la prescrizione dei farmaci invece che sull’educazione a stili di vita adeguati: alimentazione equilibrata, attività fisica, non fumare.
Altri casi molto discussi dall’informazione indipendente sono quelli legati al colesterolo, alla sindrome dell’intestino irritabile, alla sindrome metabolica, alla disfunzione erettile, alla calvizie: tutte situazioni in cui l’approccio farmacologico è fortemente promosso e sostituisce una considerazione alternativa.
Altro tema molto discutibile è quello legato alle diagnosi precoci: da un lato le analisi genetiche, che definendo un rischio diffondono l’idea, di per sé sottilmente pericolosa, della quasi inevitabilità della malattia creando ansia, depressione e sfiducia (fattori di rischio reali, in questo caso), dall’altro la diffusione di marcatori analitici che definiscono la predisposizione alla malattia (parkinson e alzheimer) portando a sovradiagnosi e trattamenti inutili e costosi.
In oncologia, con la tecnica delle biopsie liquide, che rilevano DNA tumorale circolante, si rischia di definire malattia delle condizioni di stadi preclinici che potrebbero non evolvere mai verso una malattia sintomatica; lo stesso accade con l’utilizzo di parametri altamente imprecisi con la valutazione del PSA nel cancro alla prostata. In psichiatria, test ematici per marker infiammatori legati alla depressione potrebbero patologizzare risposte emotive normali. Nel caso del diabete, biomarcatori avanzati per la resistenza insulinica potrebbero classificare individui senza sintomi come prediabetici, spingendoli verso l’uso di farmaci invece che sani stili di vita. Malati senza sintomi.
Ancora più sottile è l’influenza di un’idea di salute, puntualmente promossa da fonti interessate economicamente, che non è assenza di malattia ma scostamento da parametri ottimali per controllare i quali è necessario un continuo monitoraggio (analisi, test, consulenze mediche ecc.).
La medicina quindi si trasforma, ampliando il mercato, dalla cura della malattia alla gestione ansiosa di ogni segnale di inefficienza, vulnerabilità o affaticamento. Il concetto di “salute sub-ottimale” (o sub-salute), caratterizzato da sintomi poco specifici, soggettivi, ma ricorrenti come affaticamento, inefficienza, difficoltà di concentrazione e memoria, insonnia, mal di testa, viene diffuso e assorbito dalla popolazione con effetti nefasti sulla salute reale e sulle capacità di risposta dei sistemi sanitari accentuando lo spostamento delle risorse delle persone verso la medicina privata. Il paziente in una condizione di sub-salute è particolarmente appetibile dal punto di vista commerciale. In questo caso abbiamo il paziente sintomatico ma senza malattia.
In tutte queste situazioni la responsabilità specifica ricade sempre sul singolo individuo, visto che il sistema di vita del mondo che ci circonda (qualità del lavoro, orari, obiettivi di consumo, ambizioni, invecchiamento, diseguaglianza economica e culturale) non viene mai messo in discussione ma preso come un dato di fatto ineliminabile. La percezione dell’individuo come responsabile solitario, invece che come membro di una collettività in grado di agire assieme agli altri per modificare le condizioni esterne, è un ottimo modo per evitare cambiamenti che possono essere sgraditi al sistema economico dominante.
Ecco quindi un processo in cui le malattie non sono solo scoperte dalla medicina, ma presentate al pubblico e costruite attraverso una comunicazione pervasiva (“molti non la sanno ma…” “credevi fosse una condizione normale invece è una malattia” ecc.) il cui risultato è quello che abbiamo riportato all’inizio: migliaia di nuove malattie a disposizione di milioni di malati per affidarsi a milioni di terapeuti e ad una magnanima e ricchissima industria farmaceutica.
Come possiamo sentirci sani? Questa una domanda su cui è bene riflettere.
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