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Lavarsi le mani

lavarsi le mani

Non si muore quasi più per infezioni: da quando ci sono gli antibiotici questo problema che per secoli ha assillato l’umanità è quasi sempre gestito.  Ma non del tutto. Ci vuole sempre acqua e sapone.

Nel mondo occidentale la pulizia è stata di moda ai tempi dei romani, i quali usavano abbondantemente acqua e detergenti come argilla o altre sostanze saponose. Per i panni si usava urina fermentata, raccolta dai vespasiani e per l’occasione tassata dal noto imperatore.

Ma siccome le terme erano un luogo decisamente promiscuo, nei secoli successivi, governati spiritualmente dalla Chiesa, al gesto di lavarsi venne associato più il peccato che l’igiene, a tal punto che cristiani e crociati a Gerusalemme morivano molto prima degli arabi (che si lavavano col sapone di Aleppo).

Ci pensarono poi gli stessi medici a favorire peste, colera ed altre amenità, grazie alla teoria che le malattie sarebbero arrivate attraverso i pori dilatati dall’acqua calda, attraverso i “miasmi”.

Bisogna arrivare alla fine del ‘700 per avere la prima comprensione del ruolo dell’igiene personale nella salute, ma ancora a metà ottocento il medico viennese che dimostrò che, se i medici si lavavano le mani, le donne morivano meno di febbre puerperale, fu cacciato perché la sua teoria era “offensiva della dignità della professione”.

Nel frattempo il mercato ha dato una mano: i saponifici di Savona (da cui “savon”) e Marsiglia mettono a punto tecniche di produzione del sapone adeguate alle richieste,  e un aiuto alla vittoria dei Nordisti americani sui Sudisti viene dato da due recenti immigrati che avevano inventato una saponetta che non affondava (e quindi non si perdeva): i signori Procter e Gamble. Questi geniali imprenditori hanno inventato il mercato americano della pulizia (e la pubblicità con i regalini per i bambini).

Pasteur, l’inventore della pastorizzazione e fondatore della microbiologia moderna, ha avuto anche lui le sue difficoltà, dopo il 1876, a convincere i medici dell’importanza dell’asepsi, dimostrando che le colture batteriche ottenute dalle mani prima e dopo il lavaggio col sapone erano radicalmente diverse. I medici se la presero anche con lui, semplice biochimico, alla prima occasione: per un caso di fallimento della sua strategia vaccinale, sia pure dopo 300 successi.

Ed oggi: la strategia di lavarsi le mani con acqua e sapone rimane uno dei caposaldi dell’igiene all’interno degli ospedali e di tutte le case di cura. Nella vita quotidiana non è il caso di assillarsi con gli eccessi (oggi ci sono problemi anche per troppa pulizia e disinfezione), ma lavarsi le mani quando si è in ospedale o se ne esce è una ragionevole precauzione.

Ancor più importante è quando ci sono epidemie o infezioni diffuse: la migliore prevenzione dell’influenza, del raffreddore e delle malattie infettive in genere è ancora il lavaggio delle mani con acqua e sapone, sia in casa che soprattutto sul lavoro, se si frequentano luoghi affollati o si è al servizio del pubblico.

Nelle classi di una scuola americana in cui era stato fatto un esperimento di conta batterica prima e dopo il lavaggio delle mani, occasione in cui si era capita l’importanza del gesto, le assenze per influenza e gastroenterite sono diminuite del 30% nei mesi successivi…

 

Per saperne di più:

http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_3_1_1.jsp?menu=dossier&p=dadossier&id=21

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