Gli antibiotici del futuro sono un’idea vecchissima, precedente alla scoperta degli antibiotici attuali, ma è stata per molto tempo abbandonata visto il successo di questi ultimi. Oggi però proprio la diffusione degli antibiotici e quindi la resistenza a molti di loro, nonché la difficoltà oggettiva di realizzarne di nuovi, ha riportato in auge la ricerca su questa vecchia idea: usare virus che non infettano l’uomo per uccidere i batteri. Nel dopoguerra erano in commercio anche in Italia specialità antibatteriche sicure ed efficaci a base di virus (Enterofagus e Antipiol, ad esempio) ma nei primi anni’60 sono state abbandonate, mentre in alcuni paesi dell’Europa orientale prodotti simili sono rimasti in uso.
I batteriofagi, o fagi, sono dei virus che per vivere e riprodursi infettano cellule batteriche. Possiamo immaginare che come ci sono decine di batteri patogeni che attaccano ogni specie animale, ci siano altrettanti virus che attaccano ogni specie batterica: decine di migliaia di specie diverse, con attitudini diverse e substrati microbici diversi, innocue per l’uomo.
L’idea, vecchia appunto di più di un secolo, è quella di identificare dei virus che abbiano come obiettivo i batteri che per noi sono causa di malattia e utilizzarli per ucciderli o limitarne lo sviluppo.
Il passaggio dall’idea alla pratica è tecnicamente non facile, ma oggi ci sono strumenti e tecnologie che rendono questo possibile: il sequenziamento dei genomi virali, e quindi la loro identificazione precisa, è attività di routine, vettori virali sono già stati somministrati a pazienti, e un’altra tecnica fondamentale ci consente di modificare il DNA virale in modo da fargli fare più o meno quello che vogliamo evitando funzioni sgradite.
L’efficacia e la sicurezza di questi processi sono da verificare, ma la ricerca è molto più avanti di quanto possiamo immaginare e gli enti regolatori (EMA) hanno già definito linee guida per il loro utilizzo.
Al momento la terapia fagica è limitata ad alcune infezioni croniche difficili da trattare, talvolta associata agli antibiotici. Poiché i fagi sono altamente specifici ci si trova di fronte a un tipo di medicina fortemente personalizzata: per ogni infezione bisogna trovare il batteriofago migliore per colpire il batterio responsabile del problema di quello specifico paziente, e questa nuova forma di farmaco “galenico” è già in uso in Belgio e di conseguenza utilizzabile anche in ospedali nel resto d’Europa. Su questa linea anche in Italia ci sono stati casi di successo e sono nate startup che si dedicano a sviluppare questo processo, dall’identificazione del virus adatto (con un fagogramma, una specie di antibiogramma), alla sua coltivazione in fermentatori batterici, alla selezione e preparazione per la somministrazione, talvolta semplicemente per via orale.
L’industria sta cercando però cocktail di fagi che possano avere uno spettro di azioni più ampio e diventare, in pratica, farmaci biologici più facilmente utilizzabili.
Dove si trovano questi fagi? Nel terriccio dei giardini, nelle acque reflue, ovunque ci siano batteri patogeni per l’uomo, che sono automaticamente il miglior terreno di coltura per farli crescere. Sembrano essere molto sicuri, non infettando l’uomo, e non si ha notizia di particolari effetti collaterali.
Troppo facile quindi? Forse è così; forse proprio il fatto che gli organismi viventi non sono brevettabili, e quindi possibile fonte dei guadagni sconsiderati che in questi anni l’industria farmaceutica sta realizzando, può essere un limite al loro sviluppo. Ma questo può essere invece un motivo in più per promuovere l’idea che la ricerca finanziata dal pubblico sia un caposaldo della creazione di strumenti utili per la salute delle persone indipendentemente dal business. Oltre che per riconoscere che è nella natura che possiamo trovare le migliori risposte ai nostri problemi di relazione con la natura stessa.
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