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Equilibrio e salute: un gioco per grandi e piccoli

su un piede

Avere un’idea di ciò che è la salute, può essere molto utile per capire cosa fare per favorirla.

Esistono molte definizioni del concetto di salute, perchè si è evoluto negli anni parallelamente ai mutamenti scientifici, sociali e storici.

Una volta essere sani era semplicemente non essere ammalati. Quando i nostri nonni erano bambini, in anni in cui la medicina non aveva gli strumenti potenti di cui ora dispone, la malattia era una tragedia, il vero discriminante tra poter vivere o rischiare di morire. Pensiamo che gli antibiotici hanno meno di 80 anni, meno della vita dei nostri vecchietti: come facevano prima? Spesso una brutta infezione faceva semplicemente morire. In più la fame era ancora presente nella vita di un’ampia fetta della popolazione: il vero problema era quindi sopravvivere.

Ora questo non ci basta più: siamo sicuri di non morire per una malattia banale, quindi ci aspettiamo non solo di sopravvivere, ma anche di vivere bene. L’OMS, Organizzazione mondiale della sanità, definisce la salute “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, che non consiste soltanto nell’assenza di malattia ed infermità”.

Questa definizione ha un difetto: considera la salute come qualcosa di statico, una situazione che c’è o non c’è, qualcosa che compare o sparisce; addirittura qualcosa che si può possedere, ed infatti viene spesso definita come un diritto.

La salute è invece un processo, una capacità, una situazione potenziale: uno stato instabile per definizione che nasce dal concorrere di una serie molto complessa di fattori interni ed esterni. Molto più una possibilità, fortunatamente quotidiana, che una conquista.

Se capiamo che non siamo in grado di possedere la salute, ma possiamo solo essere in salute, allora anche i ragionamenti legati alla prevenzione, allo stile di vita, all’uso o meno dei farmaci diventano più chiari: la maggiore consapevolezza migliora la nostra possibilità di agire.

 

Abbiamo pensato ad un gioco per piccoli e grandi, un’esperienza che rappresenta un’occasione di conoscere fisicamente quest’idea di salute per poi ricavare, con la fantasia, il ragionamento, i suggerimenti degli insegnanti o di questo libretto, una serie di concetti importanti: nient’altro che conseguenze dell’esperienza svolta, lo sviluppo di una metafora ricca di suggestioni ed assai duttile.

Per certi versi il bello di questo libretto è l’imprecisione: essendo una metafora molto elastica, dà la possibilità di inventare (ed adattare) molte situazioni, è un discorso tutt’altro che concluso.

Si può leggere questo libretto e guardare le figure, sicuramente qualcosa si impara. Noi suggeriamo però di fare gli esercizi che sono descritti, di provarli. Un detto cinese, citato da Bruno Munari, dice: chi ascolta dimentica, chi legge ricorda, chi fa impara.

 

EQUILIBRIO E SALUTE

 

La salute non è stare fermi, seduti in un posto. La salute è un equilibrio, è stare in equilibrio: proviamo cosa vuol dire e come funziona.

 

In piedi su una gamba sola

Mettiamoci in piedi su una gamba sola.

Se qualcuno dice che riesce a stare perfettamente immobile su una gamba sola non gli credere: prova a sentire, quando stai su un piede solo, cosa fa il piede.

Non rimane immobile un solo istante; con continui piccolissimi aggiustamenti bilancia quello tutto quello che tende a far perdere l’equilibrio. Ecco: la salute è proprio questo, la capacità di mantenere questo equilibrio. Uno è tanto più in salute, tanto più in forma, si potrebbe dire, quanto più facilmente riesce a stare in equilibrio.

Possiamo quindi immaginare che la malattia è quando si perde l’equilibrio, la guarigione l’essere capace di rimettersi su un piede solo e così via.

Si dice che lo stato di salute è un equilibrio dinamico, la sua rottura è la malattia, il suo ristabilimento la guarigione. La salute è quindi la capacità di ristabilire l’equilibrio rapidamente, ovvero la capacità di guarire costantemente da tutte le “malattie”.

Molte volte, nella realtà, le malattie sono subdole. Non ce ne accorgiamo ma esistono ed operano nel nostro organismo: un’infezione che non si è ancora manifestata con dei sintomi, un tumore di cui non ci si è ancora accorti.

Nel nostro esercizio però possiamo semplificare: siamo davvero ammalati quando dobbiamo appoggiare l’altro piede.

 


Una piccola spinta

Tutta la vita, tutti i momenti della giornata, siamo sottoposti a stimoli dall’ambiente esterno che tendono a rompere l’equilibrio: il caldo, il freddo, il movimento, la fame, la sete, le scorie che noi stessi produciamo, il lavoro o lo studio, gli incontri con gli altri, la nostra stessa volontà di fare. A tutti questi stimoli l’organismo risponde tendendo a mantenere l’equilibrio, la cosiddetta omeostasi.

Vediamo come funziona: se ti danno una piccola spinta, immediatamente, per non cadere, tutto il corpo si sposta e attraverso una serie di posizioni intermedie, più o meno sgangherate, recupera la posizione iniziale.

Bravo, sei in buona salute!

Analogamente tutti i “meccanismi” biologici del nostro organismo, muscoli, circolazione, respiro, energia, ormoni ecc. sono sempre attivi per mantenere l’omeostasi e tendono a riequilibrare quasi istantaneamente ogni variazione. Se c’è bisogno di energia si demoliscono il glicogeno o i grassi, se c’è bisogno di sali i reni cercano di trattenerli, se manca ossigeno aumenta la respirazione, se c’è un pericolo si attiva l’adrenalina, un ormone che muove tutte queste cose assieme, e così via.


Il male alla gamba

È un po’ che stai su una gamba sola: come ti senti? Sei già stanco?

È proprio così, a mantenersi in salute, pare impossibile, ci si stanca!

In altre parole, mantenere la salute richiede energia: bisogna quindi mangiare il giusto, riposarsi (dormire), bere.

Se mangi troppo cosa succede? Prova a fare questo esercizio dopo che hai fatto un’abbuffata, dopo il pranzo di Natale o una festa di compleanno: vedrai che fatica stare in equilibrio su un piede solo. Ma anche la sera, dopo che hai fatto compiti o lavorato tutto il pomeriggio, non sarà così facile!

 

 

Guardiamo la cosa da un altro punto di vista: si potrebbe dire che il male alla gamba è qualcosa che potremmo chiamare anche “malattia d’organo”, una delle possibili malattie, quella che si verifica quando si sovraccarica di lavoro un organo. In questo caso una gamba, ma potrebbe essere il cuore, o i reni, o il fegato (se si beve troppo alcool, ad esempio).

Si può resistere fino ad un certo punto, ma poi non ce la facciamo più: abbiamo quindi sperimentato che ci sono dei limiti, che non è possibile sempre sconfiggere la malattia.

Ecco allora che comprendiamo bene cosa vuol dire prevenzione: conoscere i limiti della natura, i nostri limiti, sapere quando ci dobbiamo fermare e sviluppare eventualmente le capacità che possono far superare i limiti (con l’allenamento, ad esempio). Capire quando dobbiamo riposarci.


Una provocazione psicologica

Immagina: sei su un palco, hai davanti a te duecento persone che ti stanno guardando e fanno il tifo perché tu cada. Oppure trenta compagni di scuola che ti prendono in giro perché hai i pantaloni rotti. Come ti senti?

Ti viene da ridere, o ti vergogni, oppure ti distrai: non è più così facile stare su un piede solo.

La condizione psicologica può modificare la capacità di mantenere uno stato di salute.

Il contesto sociale, la serenità familiare, a scuola, nel lavoro, il sentirsi accettati (anche con i pantaloni rotti), i buoni rapporti con gli amici, tutto questo crea una condizione psicologica per cui è più facile mantenersi in salute. C’è chi è più forte, e riesce a rimanere indifferente (e quindi in equilibrio) e chi invece è più fragile e cade.

Molte volte questo stress endogeno, cioè che nasce dalla nostra percezione dell’ambiente circostante, è determinante per la nostra salute.Talvolta, addirittura, proprio l’incapacità di sopportare questo tipo di stress, porta alla rottura dell’equilibrio interiore delle persone: dalla crisi momentanea, alla sua permanenza, alla follia. In questo, cioè nella impossibile resistenza ad un ambiente psicologicamente sfavorevole, c’è molte volte una delle radici del disagio e della sofferenza mentale.


Su un piede solo sopra un bastone

Prova a stare in piedi su di un bastone buttato sul pavimento, un pezzo di legno squadrato più stretto della scarpa. Cosa succede?

È molto più difficile stare in equilibrio: ci vuole più energia ed attenzione.

La superficie su cui appoggiamo il piede in questo caso rappresenta l’ambiente in cui viviamo. Se l’ambiente è più difficile, se la nostra base di appoggio è più stretta e ci richiede un continuo impegno, ci ammaliamo più facilmente.

Essere costretti ad un lavoro estremamente impegnativo, oppure vivere in una città inquinata, lavorare quotidianamente con persone che ci rendono la vita difficile (colleghi di lavoro, oppure insegnanti…) ci può far male.

Allora cosa possiamo fare? La cosa più semplice, se possibile, è scendere almeno ogni tanto dal bastone, ovvero alternare le attività in ambiente impegnativo a quelle in un ambiente più adatto, più facile. Prendersi il tempo per riposare, per rilassarsi, fare una passeggiata in un ambiente verde.

Nota una cosa: non ti serve stare a lungo giù dal bastone per riposarti, basta un po’. È più utile farlo di frequente per poco tempo che raramente ma a lungo, perché è la situazione stressante che affatica, e quindi va interrotta, mentre il riposo non si può accumulare. Insomma, osservandosi in questo esercizio si può imparare a gestire la propria salute anche in un ambiente difficile. Si capisce l’importanza dell’elemento del ritmo, della regolarità e dell’alternanza, nella nostra vita, così come dei ritmi della natura. In questo modo, col ritmo, si riescono a fare un mucchio di cose, si impara a ottenere i massimo da noi stessi senza farci male. Se i bambini ed i ragazzi possono risolvere molte situazioni con la forza, per gli adulti imparare ad alternare ritmicamente sforzo e riposo diventa indispensabile.


Ancora su un piede solo sopra un bastone

Lo stress, cioè la vita in un ambiente difficile, ha anche un valore positivo. Facendo questo esercizio c’è sempre qualcuno che dice: non è vero che cado più facilmente se sono su un bastone, io sto meglio!

È vero: ci sono persone che si impegnano sul serio solo se stimolate da una sfida. Una situazione di impegno fisico o intellettuale può generare una risposta positiva anche in termini di salute, ma fino ad un certo punto. Se la sfida è troppo difficile, tipo salire sul bastone in verticale, ci si ammala.

Lo stesso accade al nostro sistema immunitario, quelle cellule che ci difendono naturalmente dalle infezioni. Per trovare il giusto equilibrio tra le sue molteplici attività, deve trovarsi costantemente in contatto con una modesta quantità di agenti infettivi, quindi un po’ in difficoltà, altrimenti…..si ammala.

Ci sono molte malattie tipicamente moderne, ad esempio le allergie, che sembrano essere correlate allo stile di vita comune nel mondo occidentale; in particolare sembrano essere più frequenti in chi vive in un ambiente troppo pulito o con un’alimentazione sterile, cioè priva di contaminazione da parte di batteri e lieviti. Un po’ di contaminazione, quindi, è indispensabile per mantenere la salute; troppa, invece, non siamo in grado di reggerla.


Una spinta troppo forte

Ma torniamo salute, sempre in piedi su una gamba sola, ed alla malattia: cosa succede se la spinta è troppo forte? Accidenti, ti sei ammalato! Hai appoggiato l’altro piede!

Ecco una possibile causa di malattia: il trauma, l’incidente.

La buona salute è la capacità di riprendersi da un incidente, cioè da un evento istantaneo che fa perdere l’equilibrio. A seconda della forza del trauma, cioè a seconda di quanto ti sei fatto male, la reazione sarà più o meno rapida e completa.

Se ti hanno dato una spintarella, appoggi il piede e poi ti rimetti in equilibrio da solo; ma se ti sei beccato uno spintone che ti ha buttato sdraiato a terra, la cosa non è così immediata…e attento agli spigoli!

Il tempo necessario per rimettersi completamente in equilibrio si chiama convalescenza.


Qualcosa di pesante (un librone o una cartella) in una mano

Adesso proviamo con un altro tipo di malattia: sempre su un piede solo prendi in mano qualcosa di molto pesante come un vocabolario o una cartella piena, e allarga le braccia: accidenti, ti sei ammalato di nuovo!

In questo caso la malattia è data dal libro o dalla cartella che ti tocca tenere in mano. A un libro più pesante corrisponde una malattia più invalidante.

Per quanto tu abbia cercato di riequilibrarti, alla fine sei caduto. Se anche riuscivi a stare in piedi, in ogni caso saresti stato fortemente menomato dalla malattia, avresti dovuto trovare chissà quale posizione per restare in piedi e comunque la tua capacità di svolgere i normali compiti della tua vita, ad esempio usare le mani, sarebbe stata diminuita.

Più è necessario modificare la posizione per restare in piedi, maggiore sarà la menomazione che la malattia porterà.


Prima cura: portare via il libro

A questo punto vediamo come possiamo curarci: il modo più semplice è trovare qualcuno che riporta via il peso, cioè la malattia. Tolto il peso, ci vuole poco per rimettersi in equilibrio. La convalescenza sarà breve, tanto più quanto breve sarà la malattia.

Rimuovere la causa: questo è il modo in cui funzionano gli antibiotici. Se la malattia è data da un batterio, se c’è un’infezione, l’antibiotico uccide i parassiti e l’organismo ritorna in salute. Anche questa cura, comunque, porta ad uno squilibrio temporaneo; c’è un tempo per la convalescenza, la malattia affatica, richiede energia per guarire.


Seconda cura: un appoggio

Nella realtà le cose non sono sempre così semplici. Molte infezioni, come per esempio la maggior parte di quelle da virus, non sono curabili con gli antibiotici. In questo caso sarà il nostro stesso organismo a liberarsi del parassita, del peso (cosa che comunque cerca di fare anche con i batteri). La medicina può solo fornire un aiuto a resistere meglio.

Immagina di doverti liberare da solo del peso: per resistere meglio però, fintanto che trovi un posto adatto dove appoggiare librone o cartella senza rovinarli, ti puoi appoggiare a qualcosa: al banco se sei in classe, ad una parete o ad una sedia.

Ecco, questa è una terapia sintomatica, cioè qualcosa che non risolve la malattia ma ti dà un aiuto intanto che guarisci. Un esempio è il farmaco per la febbre per l’influenza (utile perché una febbre troppo alta ti indebolirebbe tanto da non permetterti di guarire) oppure quello per il mal di testa (che ti permette di riposare senza dolore e svegliarti in forma il giorno dopo), oppure quello che ti aiuta a superare un’indigestione.

È chiaro che se tu hai bisogno frequentemente di un farmaco sintomatico, di appoggiarti per stare in equilibrio, la cura non è quella giusta, c’è qualcos’altro che non va: o nella malattia, che non è stata identificata correttamente, o nel tuo stile di vita.


Terza cura: un librone nell’altra mano

Quando la malattia non si può asportare come facciamo?

Un sistema molto usato è quello di una terapia “riequilibrante”, esattamente come accade se tu prendi nell’altra mano un peso come quello che ti ha fatto “ammalare”.

Osserviamo cosa succede: che fatica, innanzitutto!

In questo caso la cura ti rimette in equilibrio ma ti affatica quanto la malattia; inoltre è fortemente menomante, diminuisce la capacità di fare perché ti tiene occupate tutte e due le mani. Evidentemente la malattia era gravissima, se ci vuole una cura così pesante…

La fatica, come la menomazione, dovute alla cura, in medicina si chiamano effetti collaterali, ovvero gli effetti indesiderati che si possono avere quando si usa, sia pure correttamente, un farmaco.

Questo tipo di terapia, dicevamo, è molto usata. La pressione sanguigna è troppo alta? Il farmaco la abbassa. Il sangue fatica ad arrivare alle arterie del cuore? Il farmaco le dilata, e così via. Di solito si usa nelle malattie croniche, quelle che non guariscono, tipiche dell’età avanzata. Poiché questi farmaci sono studiati in modo da avere pochi effetti collaterali (al contrario del nostro librone), permettono una vita quasi identica a prima.


Quarta cura: il libro sottobraccio

Nella realtà quindi, i farmaci non curano completamente la malattia cronica, ma la riducono fino ad un livello accettabile in modo da raggiungere un equilibrio (anche qui!) abbastanza buono con gli eventuali effetti collaterali.

L’esempio pratico può essere questo: la malattia, il librone, lo mettiamo sotto un braccio, la medicina, l’altro librone, sotto l’altro.

La cura intensiva che abbiamo fatto per spostare il libro-malattia dalla mano a sotto il braccio (sintomatica e riequilibrante) ti permette di ridurre un po’ i sintomi (ti squilibri meno, la mano ti rimane libera), il farmaco ti riequilibra completamente, ti lascia le mani abbastanza libere, ma un po’ di fastidio lo dà ugualmente.

La cronicizzazione è meno menomante della terapia intensiva o della malattia, ma comunque la capacità di fare è diminuita. Ne deriva che abbiamo capito bene una cosa: questo genere di terapie un po’ di fastidio lo danno sempre. Siccome si usano spesso in malattie, come quelle cardiovascolari, che possono essere prevenute con uno stile di vita sano, è decisamente meglio pensarci prima. Evitiamo di rovinarci la salute fin che siamo in tempo, perché ora sappiamo che i farmaci non ce la possono risistemare mai completamente.


Quinta cura: il sostegno permanente

Facciamo finta che in equilibrio su un piede solo non ci sai proprio stare, sei fatto così, oppure hai una malattia che non si può guarire, uno zaino che non puoi appoggiare da nessuna parte, insomma, ci vuole un aiuto permanente: per esempio ti puoi appoggiare al muro con le spalle. Ecco: ora stai perfettamente in equilibrio, le mani sono completamente libere, ma non ti puoi staccare dal muro se non per poco, pena la caduta (grave).

Ecco il caso di alcune malattie croniche che non si possono curare se non con un sostegno permanente. La terapia diventa continua.

Un esempio è quello delle forme di diabete in cui manca completamente l’insulina. Il malato si somministra quotidianamente il farmaco (in questo caso la stessa insulina che manca, è una terapia sostitutiva) ed in questo modo può condurre una vita pressoché normale. L’unica cosa che non può fare è sospendere l’uso del farmaco.

Alcune di queste terapie sono effettivamente poco limitanti, con pochi effetti collaterali. Un’asma ben curata comporta l’uso di uno spray da avere sempre in tasca: potrebbe essere, nel nostro esempio, come un legno che sporge dalla tasca, ti ci puoi impigliare, ma non ti da grande fastidio.

Un altro caso comune è quello del diabete: somministrare quotidianamente dosi corrette di insulina, l’ormone che nel diabete viene a mancare, e calibrare bene la dieta permettono di svolgere una vita quasi senza impedimenti.

Un caso diverso di terapia permanente è quello della terapia sintomatica cronica: non cura niente, ma va bene quando non c‘è alternativa. Un caso frequente è quello del dolore nel malato terminale, che sta morendo: si può solo alleviare il dolore per permettergli di vivere libero dal male l’ultimo periodo della vita.


Ragioniamo ancora sul sostegno permanente

 

Adesso la tua malattia è uno zaino davvero pesante che devi portare con te senza la possibilità né di toglierlo né di riequilibrarlo. Nel caso di malattie importanti ed invalidanti, come la sclerosi multipla, un’artrite reumatoide grave, un’invalidità permanente che ti costringe in carrozzella, il percorso della malattia diventa il percorso della vita assieme alla malattia.

 

E’ una cosa che non si impara subito, ma attraverso un percorso che segue delle tappe conosciute, ma non facili da percorrere.

1) la prima è solitamente tentare di resistere, immaginare di essere più forte della malattia, cioè non accettarla: evidentemente la cosa non riesce;

2) poi segue una fase in cui la tentazione è di cedere ed ammalarsi, magari arrabbiandosi, lasciarsi andare;

3) ad un certo punto accade di accettare la malattia; questo guardare le cose da un punto di vista diverso permette di ragionare e cercare un sistema per “farsi carico”, nella propria vita, della malattia (ad esempio caricandosi lo zaino su una spalla);

4) col tempo spesso si riesce a perfezionare la gestione della malattia (lo zaino indossato su tutte e due le spalle). Alla fine la capacità vitale è buona (due mani libere) anche se affaticata.

Il malato è consapevole del proprio limite, ma ci convive.

 

Molto spesso l’aiuto a trovare la soluzione per gestire la sofferenza arriva dal confronto con gli altri portatori della malattia. Per questo funzionano bene i gruppi di automutuoaiuto, come quelli per superare le dipendenze da alcool o per imparare a gestire le situazioni difficili.

 

Il rapporto con la malattia talvolta è ancora più complesso, i sentimenti che nascono nei confronti di questa esperienza non sono solo negativi.

Ad un ragazzo avevamo dato da tenere una grossa borsa che rappresentava un tumore. Giustamente lui ha cominciato a gestire la malattia, facendosi aiutare dagli altri e da una sedia. Siccome la malattia era lunga, lui ha tenuto la borsa per tutto il tempo in cui gli altri sperimentavano le altre situazioni. Alla fine, quando ci siamo seduti, lui ha dato uno sguardo alla borsa e le ha detto con affetto: “Ciao ciao, tumore!”.

Questo fa venire in mente la possibilità di strani legami con la malattia: quando guarisci da un tumore, ad esempio, non solo non dimentichi l’esperienza, ma il ritorno ad una vita normale non è così immediato dal punto di vista psicologico; l’abbandono dello stato di malattia è come abbandonare una parte della propria vita. Da questo il saluto spontaneo del ragazzo.


Appoggiarsi di nascosto

C’è sempre qualcuno, quando si fa questo esercizio, che si appoggia di nascosto. Non ce la fa a stare in piedi su una gamba sola, o non ne ha voglia (di solito), ma non vuole farlo sapere e fa finta di riuscirci. Non provandoci neanche, nel tempo, potrebbe arrivare a disimparare come si fa.

È un buon esempio di quello che accade nella tossicodipendenza (droga, alcool, farmaci…fa lo stesso): si negano, di fronte agli amici, ai parenti, al mondo ed a se stessi le proprie difficoltà, si fa finta di niente ma ci si fa aiutare dalla chimica, dal farmaco, dalla droga, a superare i momenti difficili, tenendolo nascosto. Moltissime volte accade che dopo un po’ non si riesce più a fare a meno dell’appoggio, non si riesce più a vivere da soli, con le proprie forze. Reimparare, a volte, richiede molta fatica. Altre volte non ci si riesce.


L’età

Se facciamo lo stesso esperimento, l’esercizio di stare su un piede solo, con persone più anziane, si vede che si stancano prima.

Con l’età si diventa più fragili. È una cosa importante da sapere. Eppure, per fortuna, si diventa anche più esperti. Si impara anche a mantenersi in salute, e questo molte volte permette di fare quasi tutto quello che si faceva da giovani. Solo lo si fa in modo diverso.


Conclusione

Forse abbiamo imparato due o tre cose:

  • abbiamo un’idea di salute
  • abbiamo capito come funzionano i farmaci
  • forse sappiamo capire meglio anche quando un farmaco è usato correttamente: se ci permette di ritornare in equilibrio, magari senza particolari effetti collaterali, allora può andare bene

Certo che una cosa è giocare con il corpo e con l’immaginazione, come abbiamo fatto noi, un’altra è agire per davvero sui complessi equilibri dell’organismo: quello è il caso di lasciarlo fare agli esperti, perché è un mestiere davvero molto difficile.

In ogni caso c’è un’altra conclusione che salta all’occhio: non si può essere più che sani! Se si è in salute, abbiamo detto, si riesce a stare in equilibrio. Non si può stare più in equilibrio che in equilibrio (e non si possono nemmeno fare scorte di equilibrio), per cui non è il caso di credere a tutti quelli che provano a vendere prodotti per migliorare la propria salute quando si è sani. Se si è sani, non si ha bisogno di niente di particolare.

E la prevenzione? Quella si che è una cosa seria, ma l’abbiamo già capito prima quello che vuol dire: conoscere quello che succede, conoscere i propri limiti per sapersi gestire.

Mangiare sano, riposare al momento giusto, gestire le situazioni stressanti, circondarsi di un ambiente favorevole. Fare quello che si può per sviluppare ciò che ci manca dopo aver sperimentato ed accettato i nostri limiti: ad esempio una giusta dose di esercizio fisico, o accrescere la propria cultura per capire la realtà che ci circonda e viverci meglio, essere più “attrezzati”.


La vita è equilibrio

Non solo la salute è equilibrio, la vita stessa è la capacità di mantenere intatto un equilibrio (l’omeostasi) che chimicamente e fisicamente sarebbe instabile. Tutto questo richiede energia (cibo) e capacità (si impara a vivere).

Quando non si è più capaci di mantenere questo equilibrio si muore. Fisicamente si direbbe passare da uno stato di entropia superiore, instabile, ad uno inferiore, più stabile; cioè ad un maggiore equilibrio chimico e fisico, la stabilità definitiva.

La vita è instabile per definizione, ed è meglio tenerne conto.

È come andare in bicicletta: fermi, si cade.

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