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Denti, placca e biofilm

La placca dentale è un denso accumulo di batteri, protozoi e funghi che aderiscono l’un l’altro e alle superfice dei denti formando un ecosistema “a strati” straordinariamente resistente sia agli stimoli fisici sia a quelli chimici e a quelli fisiologici: un biofilm.

È un tipo di coabitazione tra diverse specie molto interessante perché la creazione di comunità molto complesse porta a una quantità di vantaggi reciproci enormi: i biofilm sono tra le strutture biologiche più resistenti in assoluto agli stress ambientali.

Una volta che la cellula batterica si attacca alla superficie secerne una matrice ricca di sostanze (adesine) che servono a rendere difficile il distacco dal supporto: aiuta a legare insieme le cellule batteriche e a proteggerle anche dagli attacchi esterni. Si inizia così a formare una comunità di microbi che man mano si stratificano in base alle loro convenienze: alla base rimangono le specie anaerobiche (che non hanno bisogno di ossigeno) tra cui si annoverano alcuni dei patogeni più pericolosi, poi quelle intermedie e sulla superficie si posizionano quelle che hanno maggior bisogno di aria e che, di fatto, proteggono le specie più interne da ogni aggressione. Le caratteristiche finali di questo biofilm non sono tanto quelle dei singoli microrganismi, ma quelle dell’intero “ecosistema”.

All’interno del biofilm si sviluppano anche un’infinità di canali di comunicazione che permettono lo scambio di elementi nutritivi, molecole che segnalano mutamenti delle condizioni, sostanze utili; insomma si viene a creare una specie di tessuto estremamente resiliente e sensibile. Non solo resiste agli antibiotici ma anche agli attacchi del sistema immunitario: per i microbi un modo di esistere ideale.

I denti sono l’unica superficie del corpo che non si squama, per cui si stabiliscono le condizioni ideali per l’istaurarsi di un biofilm stabile.

Se talvolta il biofilm ha effetti positivi formando uno strato protettivo, il più delle volte può rappresentare un problema perché ospita patogeni che ben protetti sono molto difficili da contrastare. La placca non si forma solo sui denti ma anche sulle gengive e sugli impianti causando una serie di problemi, dalla carie alla parodontite, alla caduta degli impianti.

Il modo migliore per togliere la placca è evitare che si formi attraverso l’azione fisica dello spazzolamento. Quando si fa più resistente o nel caso si formi in zone non raggiungibili dallo spazzolino, è necessario l’intervento del dentista.

La clorexidina, il più diffuso disinfettante usato nelle infezioni della bocca, non è la soluzione: in presenza di biofilm la clorexidina agisce solo sugli strati superficiali provocando una reazione di difesa del sistema biofilm che porta alla selezione di microrganismi, negli strati profondi e protetti del sistema, estremamente resistenti. La resistenza alla clorexidina si sta delineando come un problema analogo alla resistenza agli antibiotici e per questo motivo è assolutamente necessario usare la clorexidina solo sulle superfici molto pulite e per pochi giorni. L’uso quotidiano della clorexidina per l’igiene, anche se a dosaggio estremamente contenuto, è quindi da evitare.

Un uso costante nell’alimentazione di piante aromatiche si sta configurando invece come un rimedio utile nella prevenzione della formazione di biofilm: in particolare ci sono studi sul cumino nero (Nigella sativa) che per le proprietà antisettiche e antiossidanti, peraltro condivise con altre piante simili, sembra dimostrare una certa efficacia.

 

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