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Come funziona la memoria

La mente umana è una delle cose più complesse dell’universo e il modo in cui, da un segnale elettrico che attraversa una serie di neuroni, nasce il pensiero è argomento dibattuto da scienziati e filosofi.

Eppure capire alcuni rudimenti del funzionamento del cervello, oltre che interessante, può aiutare a non avere timore di fronte ad alcuni inevitabili mutamenti nel nostro pensare.

Il cervello è una enorme rete di connessioni in continuo aggiornamento che possiamo paragonare con l’immagine che tutti conosciamo di internet: singoli punti, hub e contatti tra tutti questi.

Il pensiero è dato da segnali elettrici che viaggiano lungo dei percorsi attraverso questa rete. Le idee si consolidano e diventano memoria nel momento in cui questi percorsi si stabilizzano: se da un certo input dei nostri sensi (ad esempio un’immagine percepita dall’occhio) il percorso del segnale neuronale ci porta ripetutamente ad un output (ad esempio la parola fiore), noi ricordiamo quell’immagine come quella di un fiore.

L’atto del ricordare, del richiamare un ricordo, è quindi ripercorrere, in un certo senso rivivere il percorso neuronale associato ad un certo input. Questa è la memoria.

Al contrario l’imparare è creare nuove associazioni, quindi nuovi percorsi (da un input si arriva ad un nuovo output).

Come si consolidano i ricordi e le idee? Per quale motivo? Fisicamente la cosa è (quasi) semplice: i filamenti nervosi sono come fili elettrici protetti dalla plastica che li isola, che nel nostro caso si chiama mielina. Tanto più isolati sono i fili (cioè mielinizzati) tanto più rapido è il trasporto del segnale: quindi un ricordo consolidato, veloce ed efficiente nell’essere recuperato, è un percorso neuronale ben isolato. Non solo: è tanto più veloce quanto più frequentato.

Il limite di questa situazione è che dei fili ben isolati non creano facilmente nuove connessioni: per loro è più difficile cambiare percorso (e quindi per noi cambiare abitudine o cambiare idea). Potremmo dire che una memoria efficiente corrisponde ad un’abitudine (sia essa un gesto che un’idea), il che rappresenta però un elemento di rigidità, un limite alla nostra disponibilità ad imparare.

Il contrario della rigidità è la plasticità, cioè la capacità, appunto, di imparare idee, gesti, opinioni, ricordi e modificare i percorsi neuronali, un’attività che richiede una notevole mole di energia proprio perché fisicamente entra in gioco la creazione di nuove connessioni, l’eliminazione di altre, e la produzione di nuova mielina per consolidarle. In quest’attività un ruolo fondamentale è svolto dal sonno, un momento di rigenerazione e consolidamento neuronale di importanza vitale.

I bambini sono enormemente plastici (imparano un’enormità di cose) e dormono molto perché nel sonno fissano i ricordi (e consumano atrettanta energia in questa attività). Per loro naturalmente tutto il mondo è nuovo ed emozionante.

Gli anziani sono meno plastici e si entusiasmano meno facilmente: ci mettono più tempo ad imparare cose nuove e dormono meno, consumano poco, ma hanno una grande efficienza nell’usare gli strumenti del ricordo che hanno consolidato, sono da sempre il baluardo della memoria del passato.

Gli adulti sono compressi tra una società che vorrebbe loro sempre disponibili ad imparare e una biografia fisica, una fisiologia in mutamento, che progressivamente li porta verso la rigidità e l’efficienza, a giocare più di esperienza che di fantasia.

E’ per questo che è una buona cosa che giovani, adulti ed anziani lavorino insieme. Ciascuno ha il suo talento e porta un diverso contributo.

 

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