Con l’epidemia di Covid abbiamo dovuto prendere atto del fatto che i virus respiratori in genere non si trasmettono solo con il contatto fisico o con il droplet, cioè le goccioline di saliva che si disperdono nell’aria parlando, respirando o starnutendo e che vengono fermate con una buona efficacia dalle mascherine, ma che rimangono anche sospesi nell’aria degli ambienti chiusi in un finissimo areosol.
Questo ci ha portato a riconoscere la necessità di cambiare l’aria degli ambienti chiusi dove sostano a lungo le persone.
Nelle abitazioni di nuova costruzione spesso ci sono sistemi di ricambio e ventilazione forzata dell’aria, oggi considerati particolarmente utili. In alternativa, ed è il caso più frequente, è molto utile arieggiare gli ambienti con una certa frequenza aprendo le finestre. In generale è meglio cambiare l’aria rapidamente con l’apertura completa di finestre e porte dei balconi per pochi minuti, piuttosto che lasciare uno “spiffero” continuo che agisce per molte ore. Per una buona ventilazione possono essere sufficienti due cambi d’aria al giorno aprendo le finestre completamente per poi richiuderle anche solo dopo un paio di minuti.
Il ricambio in questo modo è molto più efficace e, non causando il raffreddamento dei muri, che sono il vero “serbatoio” di calore delle case, l’energia che viene richiesta per riportare alla giusta temperatura la sola aria è minima.
Un altro buon motivo per cambiare aria è indipendente dal possibile contagio da virus. Siamo animali evoluzionisticamente sviluppati per vivere all’aperto, e l’aria fresca ci porta una serie di vantaggi sottili ma importanti.
Da molti anni chi si occupa di bioedilizia porta a sostegno delle proposte di ristrutturazione e costruzione delle case più salubri studi che correlano il benessere delle persone negli ambienti con la qualità dell’aria e per questo hanno sviluppato molti sistemi che favoriscono il ricambio.
Un esempio apparentemente inaspettato ma significativo: studi recenti dimostrano che in edifici dove l’aria circola poco le capacità cognitive degli individui che vi lavorano vengono ridotte.
In ambienti chiusi e non areati salgono le concentrazioni dell’anidride carbonica che espiriamo (CO2) e di composti organici volatili che possono liberarsi da oggetti d’arredamento, da prodotti di pulizia, da oggetti verniciati e possono accumularsi nel cervello alterando le capacità cognitive.
L’efficienza misurata in termini di produttività di persone che lavorano in uffici con concentrazioni variabili di CO2 è risultata inversamente correlata alla concentrazione di anidride carbonica: quanto più era presente, tanto peggiori i risultati. Chi aveva lavorato in ambienti con buona ventilazione aveva dimostrato invece migliori risultati. Questi studi sono stati ripetuti molte volte in varie condizioni confermando sempre il risultato: cambiare l’aria fa bene al cervello.
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