La durata della terapia antibiotica sembra definita da regole inflessibili: 5 – 7 – 10 giorni a seconda dell’antibiotico con l’obbligo di terminare tutta la terapia. Se non si applicano queste regole si viene rimproverati: in caso di inefficacia la colpa è certamente del paziente che, oltretutto, è anche accusato di contribuire ad aumentare la resistenza agli antibiotici.
Queste regole sono un esempio tipico di “si è sempre fatto così”, ma il più delle volte sono poco giustificate.
Una volta si pensava che l’antibiotico servisse per “eradicare” qualsiasi batterio, avendo associato automaticamente al termine batterio il concetto di infezione e quindi di malattia. Anche se da più di un decennio è un dato di cultura generale il fatto che la maggior parte dei batteri siano “buoni” e addirittura indispensabili, pochi si sono chiesti il senso di queste terapie “eradicanti”, che peraltro fortunatamente tali non sono.
Importanti infettivologi oggi sostengono che la durata della terapia si basa più su convenzioni storiche e psicologiche (la durata della settimana o le dita delle mani) che su evidenze clinico-biologiche.
Ci sono numerosi studi che dimostrano un’efficacia analoga tra le terapie convenzionali e quelle di breve durata. All’inizio dell’”era” degli antibiotici terapie della durata di 1 – 4 giorni erano considerate adeguate nella maggior parte delle situazioni. In seguito progressivamente i tempi sono stati allungati, forse a causa dell’inizio dei casi di resistenza, forse per merito delle dimensioni delle confezioni e del fatto che gli studi utilizzati per la registrazione dei farmaci erano progettati su terapie prolungate.
Dal punto di vista della cura, la necessità reale è quella di riportare i sintomi sotto controllo abbattendo la maggior parte della carica batterica, il resto del lavoro viene svolto come al solito dal sistema immunitario e la vera guarigione è nella ripresa dell’equilibrio tra l’organismo e la sua normale popolazione microbiotica.
Gli studi attuali dimostrano che in generale la durata della terapia è più lunga di quanto sarebbe utile anche per forme relativamente gravi, mediamente il doppio del necessario.
È stato dimostrato che nella polmonite nei pazienti che dopo 5 giorni hanno stabilizzato i parametri clinici, proseguire il trattamento fino a 10 giorni non modifica la guarigione; lo stesso in infezioni non complicate dei tessuti molli (follicoliti, impetigine, celluliti); in infezioni urinarie complicate o pielonefriti 5 – 7 giorni si sono dimostrati adeguati come i tradizionali 10 – 14 giorni.
Come può il medico definire quindi la terapia ottimale? I normali marcatori di infezione (PCR ecc.) non sembrano essere utili, e d’altra parte segni di infiammazione possono permanere nei tessuti anche per settimane dopo l’uso di antibiotici in quanto generati dal processo di guarigione e non più dalla presenza dell’infezione. Il riferimento quindi, in attesa di marcatori più efficienti, non può che essere quello degli studi più aggiornati.
Il dogma del completare il ciclo deve essere in ogni caso rivisto per diminuire il consumo inutile di antibiotici, gli effetti collaterali e il rischio di sviluppo delle resistenze: ragionarne con il medico può essere una buona cosa.
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